ATTI
DELLA CONFERENZA CON ALAIN DE BENOIST
"Islam, terrorismo internazionale, americanismo:
fine della civiltà europea?"
INTRODUZIONE DEL PRESIDENTE GIANLUCA STEFANI
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Buonasera a tutti e grazie per essere intervenuti numerosi alla prima manifestazione ufficiale dell'associazione culturale AGORA'; associazione che ha suscitato un grande interesse e spesso anche forte simpatia nell'opinione pubblica; associazione che inaugura questa sera il proprio ricco programma di eventi culturali. Un ringraziamento preliminare e non formale va rivolto a radio radicale, che trasmette i nostri lavori via etere su tutto il territorio nazionale. Ma un particolare grazie, sentito e corale, va al più illustre degli ospiti che potevamo invitare per il nostro "battesimo", Alain De Benoist, che ci onora della Sua presenza e che non ha lesinato di conferire il Suo alto prestigio ad una nostra importante iniziativa. Un ringraziamento, dicevo, dell'intera associazione, associazione che abbiamo creato, con tanti amici, per condividere insieme un percorso di crescita culturale che vogliamo offrire a tutta la città e a tutta la provincia. Abbiamo dato vita a una "comunità", che vogliamo aperta al contributo di tutti, a un gruppo di lavoro che è stato correttamente definito come un "laboratorio" politico e culturale. Siamo una famiglia che si nutre di cultura e politica e si apre, oggi, ufficialmente, a chi voglia partecipare al dono di questo incontro e voglia lavorare con noi, anche solo con opinioni, consigli, suggerimenti, per costruire un importante punto di riferimento nel panorama culturale locale e tracciare un itinerario di confronto e di dialogo con tutti. L'impressione comune è che, da qualche tempo a questa parte, le ragioni della politica abbiano preso il sopravvento sulle ragioni della cultura e che su una terra una volta dominata da forti tensioni ideali sia calata la nebbia dell'indifferenza. Ma senza cultura di riferimento nessuna politica che voglia avere respiro nel tempo è possibile. Leo Strauss ammoniva, a ragione, come la storia politica sia un'esplicita scoperta della cultura, intesa come "kinesis", "movimento". Questo "movimento" occorre andarlo a riprendere nella notte e farsi trovare in piedi quando sorge l'alba. Paradigmatico il dialogo tra Trasimaco e Socrate nel primo libro della Repubblica: la forza da sola non basta, va corroborata dalle "conoscenze" di chi comanda, dalla "cultura" di chi governa. Questo è il messaggio: una politica fondata non sull'esperienza tecnica, che pure è necessaria, ma sulla dedizione alla costruzione culturale. Se viene meno l'estetica del pensiero, dominano l'amministrativismo fine a se stesso e le varie decisioni emergenziali, impera la cultura della foresta. Si potrebbe addirittura affermare che il suicidio della politica passa attraverso l'omicidio della cultura. In realtà, i contenuti culturali e le battaglie delle tradizioni e dei radicamenti costituiscono l'architettura della società politica. Senza la consapevolezza delle proprie radici e delle ragioni di un'appartenenza, evitando la coltivazione di un passato che non sia soltanto sterile memoria, ma stimolo per agire nel presente ed immaginare perciò un avvenire, non è dato organizzare un pensiero finalizzato alla elaborazione di un progetto. Confrontarsi, dialogare, studiare, progettare, sono verbi fondamentali per dare più spazio ad un comune sentire e ad una appartenenza che vogliono crescere, per donare non solo speranza, ma azioni concrete ad un'Italia e ad un'Europa che anelano al giusto riconoscimento per il proprio immortale patrimonio culturale.
Questa nostra Europa, culla di civiltà, è ricca di date e di eventi, ma ha smarrito l'anima. E se la storia non è una semplice rivendicazione di avvenimenti, ma deve essere la coscienza dei popoli per esprimere la propria appartenenza e il proprio legame nella civiltà, dobbiamo iniziare seriamente a lavorare per essere protagonisti di un progetto che abbiamo coltivato nei sogni e che ora siamo chiamati a tradurre sul campo, per dare corpo e struttura ai valori che sono patrimonio della nostra civiltà. In Italia, la terra dove l'Oriente si tuffa nell'Occidente, spira un vento nuovo di modernità, che convive con le antiche vestigia dell'agorà e dei templi greci, della Roma imperiale, del Rinascimento, del Risorgimento, delle avanguardie artistiche e letterarie del Novecento, dei mille sentieri percorsi d'umano che hanno fatto di questa cintura di sole del mediterraneo un luogo dello spirito, ove il pensiero e l'azione devono tornare ad arare terreni di solida progettualità, per continuare a credere ad idee di civiltà che ci hanno fatto grandi nel mondo, sostenendo, con Ezra Pound, che è doveroso ricordare qui, a Rimini, nella città da Lui più amata, che "l'unica cultura che riconosco - e riconosciamo - è quella delle idee che diventano azioni". Grazie. |
RELAZIONE DI ALAIN DE BENOIST
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Egregie Signore, egregi Signori, molto probabilmente intorno al 15 febbraio, un diluvio di ferro e fuoco si abbatterà sul popolo iracheno. Perché vada diversamente, ci vorrebbe un vero miracolo: mai una guerra dei tempi moderni sarà stata così chiaramente annunciata. 70.000 uomini sono già sul posto, altri 50.000 li devono raggiungere nei giorni a venire. La macchina di guerra americana si prepara evidentemente a produrre una guerra che viene disapprovata senza ambiguità da ¾ della popolazione europea e francese, un biasimo che si spiega soprattutto per il carattere menzognero dei motivi adotti per giustificare questa operazione.
Questa guerra, infine, è totalmente ingiustificata dal punto di vista del Diritto Internazionale. L'articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta in effetti di "impiegare la forza o di minacciare l'integrità territoriale oppure l'indipendenza politica di qualunque paese". Gli articoli 41 e 42 sanciscono altrettanto che nessuno Stato Membro abbia il diritto di attaccarne un altro e neanche di impiegare la forza per fare applicare una risoluzione senza l'accordo esplicito del Consiglio di Sicurezza. Ne consegue che gli attacchi perpetrati dal 1991 contro l'Iraq sono in realtà illegali dal punto di vista del Diritto Internazionale. La maggioranza dei paesi del mondo, a cominciare dai paesi vicini all'Iraq e anche da alcuni paesi alleati di Washington, hanno avvisato gli Americani che scatenando una nuova guerra contro Bagdad avrebbero rischiato di aprire il vaso di Pandora, di destabilizzare tutto il Medio Oriente, di provocare una nuova ondata di terrorismo. Ma invano. A quanto pare niente potrà rallentare la cieca fuga in avanti della macchina di guerra americana. Qualunque sia l'atteggiamento di Bagdad, qualunque siano le conclusioni degli ispettori dell'ONU la macchina è in azione. Alcuni piani di occupazione dell'Iraq, in gran parte ripresi dal modello del piano di occupazione del Giappone - messo in atto nel 1945 dal generale Douglas MacArthur - sono già stati interrotti.
Tale è precisamente l'obiettivo che l'attuale amministrazione americana si è prefissa con l'elezione di G.W. Bush. Pubblicato nel maggio del 2001, un documento redatto dall'attuale vice presidente Dick Cheney - il rapporto sulla politica di energia nazionale - enunciava chiaramente due priorità: la diversificazione dei rifornimenti in materia di petrolio e l'acquisizione di riserve supplementari per poter rispondere all'aumento della necessità nel corso dei prossimi 25 anni. Il Medio Oriente gioca in questa prospettiva un ruolo essenziale, perché le sue riserve (di petrolio) sono le più importanti del mondo e i costi di sfruttamento i meno onerosi. L'Iraq dispone della seconda riserva petrolifera provata al mondo (115 miliardi di barili, dopo l'Arabia Saudita). Secondo alcune stime la cifra sarebbe addirittura di 250 miliardi di barili, perché oltre il 90% del sottosuolo iracheno rimane ad ora inesplorato. Una volta messa sotto il protettorato americano, la produzione del petrolio in Iraq potrebbe rapidamente raddoppiare, il che permetterebbe agli Americani - che già pagano il petrolio ad un prezzo inferiore rispetto a quello del mercato per il solo fatto che il prezzo è formulato nella loro stessa moneta (i "petrodollari") - di abbassare i prezzi del greggio, di indebolire i poteri dell'OPEC e di emanciparsi dalla propria dipendenza nei confronti dell'Arabia Saudita. Un governo agli ordini degli Americani permetterà al vincitore di sfruttare a proprio piacere il petrolio locale, di aumentarne la produzione e di trasportarlo dove vorrà. Ma nello sforzo di prendere il controllo del petrolio iracheno, gli Americani mirano anche a un altro obiettivo, più importante ancora del garantirsi i rifornimenti. Questo obiettivo è di controllare le risorse energetiche da cui dipenderanno nei prossimi dieci anni le economie dei principali concorrenti, a cominciare dalla Cina. L'Asia, malgrado le difficoltà del Giappone, è oggi la regione economicamente più dinamica del mondo. E la Cina, il paese più popolato del mondo, si rivela essere l'unico che possa rivaleggiare con gli Stati Uniti nella prospettiva dei quindici o venti anni a venire. Ma la Cina è anche un paese in gran parte dipendente dal proprio rifornimento di petrolio. La Cina è solo un debole produttore di petrolio. Dal 1993 è importatrice netta. Oggi terzo consumatore di energia al mondo, ha dovuto importare nel 2001 il terzo del proprio consumo di petrolio. Dal 2010 dovrà importare la metà del suo fabbisogno. In queste cifre si sintetizza la posta in gioco. La guerra in Afganistan ha già permesso agli Stati Uniti di prendere il controllo sul petrolio dell'Asia Centrale e del Mar Caspio, rendendo così più difficile l'accesso per la Cina ad una fonte di rifornimento che non sia quella del Golfo. A lungo termine l'obiettivo degli Americani è di ottenere dai Russi che la loro produzione di petrolio sia convogliata in Occidente, e non in Asia, e di accerchiare la Cina per mezzo di una rete di alleanze con la Russia, l'India, la Corea del Sud, Taiwan e il Giappone. In una tale prospettiva, mettere la mano sul petrolio dell'Iraq, nell'attesa di potersi impossessare di quello dell'Iran, significa darsi i mezzi per un'eventuale asfissia energetica della Cina, cioè di premunirsi contro una possibile ostilità da parte di Pechino. E' anche un asso evidente per fare del XXI secolo un secolo americano. Una tale strategia si è imposta così facilmente presso la Casa Bianca in quanto la maggior parte dei dirigenti americani attuali, a cominciare da George W. Bush e Dick Cheney, appartengono da lunga data alla lobby del petrolio texano, qando non sono, semplicemente, rappresentanti del complesso dell'industria bellica. Ma questa amministrazione ha anche altre caratteristiche. Rappresenta anche la punta di lancia di una nuova tendenza politico-ideologica che si potrebbe, in mancanza d'altro, denominare la scuola neo-imperialista o neo-egemonista. Dopo il 1945, l'imperialismo americano si era soprattutto manifestato attraverso istituzioni politiche e giuridiche internazionali. Dopo gli anni '80, la politica americana si è inoltre caratterizzata di un interventismo economico e commerciale planetario. Oggi all'interventismo economico si aggiunge quello militare che permette agli Stati Uniti di essere presenti ovunque - truppe americane sono oggi insediate in oltre quaranta paesi - e di intervenire a proprio vantaggio in tutte le regioni del globo. Al tempo dell'elezione di G.W. Bush sono stati proprio i principali rappresentanti di questa scuola neo-imperialista ad arrivare al potere, e cioè : il vice presidente Dick Cheney, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld, il suo assistente Paul Wolfowitz, il presidente del consiglio delle politiche della difesa del Pentagono, Richard Perle, senza dimenticare, sul piano intellettuale, personaggi come Robert Kagan, William Kristol e Charles Krauthammer. Il punto comune di questi "falconi" massimalisti è di credere che l'impiego della formidabile macchina di guerra americana sia sempre legittimo quando serve agli interesse dell'America, in quanto sono ritenuti per principio essere conformi alle aspirazioni umane. In questa ottica, una nuova ottica è stata quindi messa a punto. Essa consiste nell'agire con lo scopo principale di rendere perenne l'egemonia attuale, essendo l'obiettivo quello di garantire l'invulnerabilità degli Stati Uniti e di sviluppare la loro capacità di combattere, invadere e sottomettere qualunque potenza ostile, per impedire a ognuna delle potenze rivali di colmare il proprio ritardo rispetto agli Stati Uniti d'America, iniziato dal crollo del sistema sovietico. Si sa che gli Americani hanno sempre avuto la tendenza a cercare soluzioni militari ai problemi politici e soluzioni tecniche ai problemi militari. Questa tendenza si è oggi esacerbata al punto che la potenza americana sembra essere stata semplicemente ridefinita come pura capacità di annientare. Parallelamente, e per la prima volta dal XIX secolo, questa esibizione di forza bruta si accompagna di un discorso esplicito di legittimazione dell'egemonismo planetario. Gli articoli di Robert Kaplan, Charles Krauthammer, Max Boot, Norman Podhoretz, Sebastian Mallamy e tanti altri sono a questo proposito del tutto inequivocabili. Tutti ripetono che l'America gode oggi di un potere di cui nessuna potenza ha mai disposto nella storia e che debba usarla senza reticenze per riorganizzare il mondo sul proprio modello. Tutti sottolineano che gli Stati Uniti debbano emanciparsi da qualunque tutela delle organizzazioni internazionali per agire soli o con delle coalizioni di circostanza, in funzione dei propri esclusivi interessi nazionali, senza mai interrogarsi sulle cause economiche o sociali della violenza alla quale pretendono di rispondere. Tutti affermano che l'America non deve fidarsi di nessun alleato e deve impegnarsi a mantenere l'Europa in una posizione subordinata. La conseguenza più
diretta di questo nuovo modo di vedere è la scalata di un nuovo
unilateralismo. Dopo aver tentato di usare a proprio vantaggio le istituzioni
internazionali, gli Stati Uniti se ne sono distaccati per farsi unici
paladini. Questo unilateralismo consiste nel sottrarsi senza scrupoli
agli obblighi del Diritto Internazionale e alle regole della cooperazione
multilaterale. Ancora prima dell'elezione di G.W. Bush, il Senato americano
si era rifiutato di ratificare il trattato sul divieto delle armi biologiche
e chimiche. Gli Americani hanno anche rifiutato di ratificare il protocollo
Kyoto sulla protezione dell'ambiente. Hanno denunciato unilateralmente
il trattato ABM sugli armamenti antimissili che univa Mosca e Washington
dal 1972. E' ancora più clamoroso il fatto che nel maggio 2002
hanno fatto conoscere il proprio rifiuto di riconoscere la legittimità
della Corte Penale Internazionale dell'Aia, di cui avevano tuttavia sottoscritto
l'atto di creazione. Coscienti che né l'Europa né la Russia
possano attualmente colmare il vuoto geopolitico provocato dal crollo
del blocco Parallelamente, per potere "proiettare" la propria potenza in qualunque momento e in qualunque regione del mondo, gli Stati Uniti hanno deciso di dotarsi di mezzi militari senza precedenti. Nel 2003 il budget militare americano ammonterà a circa 380 miliardi di dollari - l'equivalente del PIL globale della Russia! -, che aumenterà di 48 miliardi di dollari rispetto al 2002. Queste spese dovrebbero essere portate a 450 miliardi di dollari nel 2007. Una tale somma è per se stessa superiore al budget militare complessivo della Cina, della Russia, della Francia, della Germania, dell'Inghilterra, di Israele e del Giappone. Insomma, Washington è saltata ad una tappa di una gravità eccezionale adottando una nuova dottrina militare che, sempre in modo unilitarale, ben inteso, legittima ormai il diritto alla guerra preventiva La nuova strategia americana ristabilisce dunque il diritto alla guerra preventiva - lo stesso che i Giapponesi avevano addotto per attaccare Pearl Harbor -, guerra preventiva che ad oggi era ritenuta equivalente alla guerra di aggressione. La Casa Bianca contraddice con ciò un principio fondamentale del Diritto Internazionale in vigore dai tempi del trattato di Westfalia (1648), secondo cui nessuno Stato può intervenire militarmente negli affari interni di un altro Stato, principio che era già stato tradito ai tempi dell'aggressione occidentale al Kossovo. Dicendo che si interverrà ormai "anche prima che la minaccia si concretizzi" è come dire, ancora prima che la realtà della minaccia sia stata dimostrata. Questa nuova dottrina militare crea in effetti un precedente pericoloso, perché qualunque altro paese potrà sentirsi autorizzato a seguire l'esempio americano per agire nello stesso modo. Tutto ciò significa
che l'ordine internazionale in vigore fino ad oggi è terminato.
Assumendosi, senza reticenze, il ruolo di "gendarme globale",
il governo americano rifiuta di riconoscere ormai le decisioni che vengono
prese in merito al Diritto Internazionale, quando le ritiene contrarie
ai propri interessi. Si distacca così dalla logica del diritto
verso quella della potenza pura. " Gli Stati Uniti sognano un mondo dove gli altri paesi siano legati da trattati e dove possano definirne razionalmente la politica ", diceva recentemente Pascal Boniface. In ultima analisi, è ad una destabilizzazione generale delle relazioni internazionali che si potrebbe assistere. Ciò che gli
strateghi di Washington chiamano oggi la "guerra contro il terrorismo"
sono la prova di questo stesso unilateralismo. Il neo-terrorismo globale
viene inteso come una realtà e una minaccia alla quale bisogna
rispondere. Il fatto che gli Stati Uniti mettano in guardia contro un
fondamentalismo mussulmano che loro stessi non hanno cessato di alimentare
quando si trattava di affrontare il nazionalismo laico arabo, non può
tuttavia ingannare nessuno. La loro tattica è evidentemente di
gonfiare il pericolo, per trarne vantaggio. Il tema dello "shock delle civiltà" lanciato dal teorico della Trilaterale, Samuel Huntington, ha come principale obiettivo di fare perdurare il dominio americano sul pianeta, mascherando le fratture ben reali che vedono opposti attualmente l'Europa e gli Stati Uniti. "Il tema dello shock delle civiltà - dichiara Aymeric Chauprade - serve oggi gli interessi degli Americani, degli Israeliani e degli Islamici. Tutti giocano sulla logica dei blocchi contro la logica dell'equilibrio delle nazioni. L'America per costruire il blocco transatlantico, Israele per salvare la propria condizione di colonizzatore. Gli Islamici per spezzare le frontiere interne del mondo mussulmano [ ] Giocando la logica dello shock delle civiltà l'America può vassallizzare agevolmente l'Europa occidentale e la Russia, e progredire verso l'obiettivo di costruzione di un vasto blocco transatlantico da Vancouver a Vladivostok (secondo l'espressione usata da James Baker nel 1991) per fronteggiare l'Islam e la Cina, grandi avversari potenziali nei prossimi 15 anni". Tutti sanno bene, in realtà, che il neo-terrorismo islamico nasce principalmente come conseguenza del sostegno apportato dagli Stati Uniti alla repressione brutale della resistenza palestinese - e che è altrettanto una reazione convulsiva ad una globalizzazione pilotata dall'America, intrinsecamente indifferente al mondo storico, alla diversità umana, ai costumi e alle diversità culturali. Come lo ha ben espresso Jean Baudrillard, "la mondializzazione del terrorismo risponde al terrorismo della mondializzazione". Lottare contro il terrorismo esige quindi prima di tutto che ci si interroghi sulle cause - precisamente ciò che gli Americani non sono disposti a fare, perché ciò li costringerebbe a rimettersi in discussione. E l'Europa, in tutto questo? E l'Europa che, di fronte alla crisi irachena, è stata come sempre incapace di fare terminare una comune presa di posizione? L'alternativa davanti alla quale si trova l'Europa è in effetti sempre la stessa: o di dare la priorità alla liberalizzazione, sposando la dinamica di un grande mercato che mira ad allargarsi il più possibile, dando la priorità alla liberalizzazione - e in questo caso l'influenza americana diventerà qui preponderante - oppure di appoggiarsi su una logica di approfondimento delle proprie strutture di integrazione politica sul versante del federalismo e della sussidiarietà in una prospettiva essenzialmente continentale e con l'intenzione di fare da contrappeso agli Stati Uniti.
L'Unione Europea sarà
costituita entro breve da una trentina di paesi. Ora è chiaro che,
finché non si sarà costituito un "nucleo compatto",
più numerosi saranno gli Stati membri più sarà difficile
per l'Europa giocare un ruolo di contrappeso rispetto agli Stati Uniti.
Al vertice di Copenhagen, piuttosto che strutturare e approfondire le
proprie istituzioni, l'Europa si è allargata a degli Stati perfettamente
docili alla politica americana, che vogliono diventare membri soltanto
per potere godere della protezione della NATO, e corre quindi il rischio
di ridurre se stessa all'impotenza e alla paralisi. Questi nuovi Stati
membri sono stati accettati senza prendersi la pena di interrogarsi sulle
frontiere dell'Europa né di intraprendere le riforme istituzionali
necessarie. Tutto ciò non è poi proprio nuovo. Ciò che è nuovo, per contro, è l'opposizione crescente che suscita ovunque nel mondo la nuova politica americana. Un vasto sondaggio realizzato dal Pew Research Center di Washington su 38.000 persone ripartite sui cinque continenti, che è stato pubblicato all'inizio di dicembre 2002, ne è testimone eloquente. Dopo l'anno 2000, data del precedente sondaggio, la quota di popolarità degli Stati Uniti si è nettamente abbassata in 20 paesi su 27. In un lungo testo che ha avuto forte risonanza, Robert Kagan ha opposto, qualche mese fa, un'Europa che vivrebbe nella speranza kantiana di una sorte di "pace perpetua" e non avrebbe alcun desiderio di uscire da uno stato di debolezza di cui avrebbe fatto il proprio ideale, contro un'America "realista", cosciente della realtà hobbesiana del mondo - la guerra di tutti contro tutti - e ben decisa ad assumersi le responsabilità planetarie con tutti i mezzi. La conclusione di
questo articolo è rivelatrice "E' tempo - scriveva Rober Kagan
- di smettere di fare finta che gli Europei e gli Americani condividano
una stessa visione del mondo, o perfino che abitino nello stesso mondo
[
] Su tutte le questioni essenziali relative al potere, le prospettive
europee e americane divergono [
] Sulle principali questioni strategiche
internazionali, gli Americani vengono da Marte e gli Europei da Venere.
Sono d'accordo su poche cose e si comprendono sempre meno. Questo stato
delle cose non ha niente di provvisorio [
] Le ragioni della frattura
transatlantica sono profonde, vengono da lontano e sono destinate a perdurare
[
] Gli Stati Uniti e l'Europa hanno [ormai] preso delle direzioni
differenti". Basata sull'idea di
un "destino manifesto" (manifest destiny), "la politica
estera degli Stati Uniti si è sempre basata sulla convinzione che
la modernizzazione, l'occidentalismo e l'americanizzazione sono dei benefici
intrinseci, perché alla fine il destino di tutte le nazioni consiste
nell'adottare il modello americano. L'Unione Sovietica aveva dei "satelliti", l'America oggi ha dei vassalli. Gli Stati Uniti credono che possano contemporaneamente dominare gli altri paesi ed anche allearsi con loro. Il loro concetto di alleanza è un concetto dove l'America cucina, mentre gli Europei lavano i piatti. Ma gli Stati Uniti non sono - più di quanto non lo sia la Turchia - una potenza europea. I loro interessi sono diversi - e il loro modo di difenderli differisce dal nostro. Questa idea che gli Stati Uniti abbiano per missione di aprire la strada all'umanità, questa idea che il mondo finirà per integrarsi ad un modello unico, la cui superiorità non potrebbe essere contestata da nessuno, questa idea che i valori politici e le norme morali americane debbano essere adottati da tutti e ciascuno - i recalcitranti assimilati ad un "asse del male" che deve essere sradicato con tutti i mezzi - ecco precisamente ciò che non si può ammettere. Spero di tutto cuore che gli Europei non lo ammetteranno. GRAZIE |