L'attacco
al cuore dello Stato
BR e caso Moro
INTRODUZIONE DEL PRESIDENTE GIANLUCA STEFANI
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In occasione del 27° anniversario della scomparsa di Aldo Moro, che cade tra due giorni, vogliamo ricordare una delle pagine più inquietanti della storia della Repubblica, ma con una punta di originalità e forse controcorrente. Ma questo è lo spirito della nostra Associazione: l'"agorà" è, infatti, il "luogo" del dibattito e questa sera cercheremo di portare materiali di discussione, ma anche di arricchimento, personale e collettivo. A cominciare dalle parole di chi Vi parla, che forse non saranno da tutti condivisibili (e che, per certi aspetti, mirano alla provocazione) e dal titolo, che riporta proprio uno degli slogan più noti delle bierre, "l'attacco al cuore dello Stato", espressione che, in realtà, aveva una valenza politico-programmatica. Gli stessi brigatisti che sequestrarono il presidente democristiano, per loro ammissione, volevano colpire la DC e il progetto di governo di unità nazionale (che prevedeva il PCI nella stanza dei bottoni), di cui Moro era simbolo e al tempo stesso portatore. I brigatisti accusano, infatti, Moro di essere "il gerarca più autorevole, il "teorico" e lo "stratega" più indiscusso di quel regime democristiano che da trent'anni opprime il popolo italiano" e durante il sequestro lo "processano" e con lui mettono sul banco degli imputati l'intera classe dirigente democristiana. Con l'intento di venire a conoscenza di tanti lati oscuri e aspetti ignoti della Repubblica, di scoprire cioè gli scheletri negli armadi. Ma quando Moro risponde e scrive, scrive e risponde, si accorgono che il linguaggio allusivo, criptico, indecifrabile, non fornisce elementi di generale comprensione e provoca nei giovani che lo tenevano prigioniero l'accrescimento della disaffezione e del disgusto per il suo modo di gestire il potere. Come dire: caro Moro, tu distruggi in noi la speranza di vivere e noi sopprimiamo Te come maestro del compromesso politico (che proprio in quei giorni diveniva "storico"). Del resto la classe dirigente democristiana, a parte le sedute spiritiche, si guardò bene dal muovere un solo dito per salvarlo al punto che attirò su di sé la famosa maledizione di Moro: "Il mio sangue ricadrà su di voi". Ma per le stesse brigate rosse tutta la vicenda Moro non rappresentò certo una vittoria politica: l'operazione fu gestita in maniera confusionaria, a volte contraddittoria, senza obiettivi chiari, in una miriade di tatticismi, e diede la dimostrazione di improvvisazione, palpabile della semplice lettura dei comunicati brigatisti. L'operazione del sequestro pose in luce un alto livello militare, ma denotò scarse capacità politico-progettuali. È lo stesso Morucci, nel suo libro "La peggio gioventù", a riconoscere, a più riprese, che si trattò di un "solitario e autoreferenziale assalto allo Stato di un'organizzazione clandestina". Organizzazione, aggiungiamo noi, strutturata come formazione guerrigliera, ad alta vocazione burocratico-verticistica, ma completamente sganciata dai problemi delle masse o dalle esigenze sociali generali, che pure, nell'originaria struttura, aveva l'ambizione di intercettare ed interpretare. Uno degli obiettivi delle BR era notoriamente creare un collegamento e un coinvolgimento delle forze operaie delle fabbriche per l'organizzazione di un nuovo Stato, ma che la seconda generazione dei brigatisti, quella personificata da Moretti, perse e, anzi, con il caso Moro, accentuò al contrario. Le piazze, prima ricolme di giovani, si svuotarono improvvisamente, segnando dovunque l'arretramento dei movimenti antagonisti. Non era certo questo l'obiettivo politico cui il sequestro Moro doveva tendere! A seguito delle incapacità decisionali e politiche messe in luce con il sequestro Moro si ebbe di fatto un'implosione del fenomeno terroristico, che da lì iniziò la sua fine. Lo stesso Moretti, cervello pensante dell'organizzazione, da alcuni peraltro considerata eterodiretta, venne scongiurato da Morucci e dalla Faranda, che avvertivano ciò che sarebbe accaduto, a risparmiare la vita allo statista democristiano, consci della gravità dell'errore. Le BR avevano attaccato il cuore dello Stato, i gangli del potere, ma avevano anche dimostrato la vacuità e l'irrealizzabilità del loro progetto politico. Rimane tuttora una pagina sanguinante della storia italiana, che suscita ancora molti interrogativi e non trova risposta ai tanti perché. Ma non è una pagina isolata nelle vicende politico-terroristiche degli anni settanta. Per interpretazione unanime si ritiene sia stata preceduta dal sequestro Sossi: il 18 aprile 1974 venne rapito a Genova il giudice Mario Sossi, proprio in piena campagna elettorale per il referendum sul divorzio. Ciò rappresentò un vulnus: il primo segnale di rottura con la sinistra parlamentare. Prima di allora, per la sinistra e la grande stampa d'opinione, le brigate rosse erano "sedicenti"; da allora divennero, progressivamente, un nemico da combattere. E sempre a Genova, qualche anno dopo, il 24 gennaio 1979, pochi mesi dopo l'uccisione di Moro, le BR tornano a colpire, uccidendo Guido Rossa, un sindacalista comunista dell'Italsider, che aveva denunciato chi diffondeva volantini brigatisti in fabbrica. La sinistra, che prima in qualche modo blandiva il fenomeno BR, vira il proprio atteggiamento di 180 gradi con Sossi fino a divenire bersaglio politico con Rossa in quanto "traditrice della classe operaia" e corresponsabile delle scelte del governo Andreotti. Volendo individuare il "fil rouge" che collega gli eventi citati, da Sossi a Moro a Rossa, le BR, che godono inizialmente di consenso non solo all'interno delle fabbriche, in progressione, colpendo obiettivi diversi, anche solo simbolici, ottengono un isolamento totale dalle masse: nelle BR non c'è più un unico cervello politico, ogni colonna crea uno spezzone a se stante e dalla frammentazione si pongono le premesse della futura diaspora. Lo Stato, che era stato attaccato al cuore, non aveva vinto: era stato incredibilmente e paradossalmente beneficiato dalla irrealizzabilità di un progetto di lotta armata che non aveva trovato addentellati, referenti, radicamenti e non si era concretizzato in alcun settore strategico. L'attacco al cuore dello Stato era, proprio al culmine del suo successo militare col sequestro Moro, drammaticamente fallito. Ma ciò non impedì che la stagione di sangue continuasse negli anni a venire con uno stuolo di vittime, cui va e andrà sempre il nostro deferente omaggio aldilà delle appartenenze, vittime che spesso vennero colpite per altre motivazioni, ma non per essere rappresentanti di quello Stato da attaccare ed abbattere. In definitiva, il caso Moro costituisce la massima evidenziazione organizzativa di un assalto politico, ma anche la dimostrazione palmare di una forma di utopia politica. L'attacco al cuore dello Stato si riduceva soltanto ad una forma di "assalto al cielo"! |